Mio nonno guidava i treni a vapore e abitava a Catania, in Sicilia, a mio padre come a tanti altri andava stretta la mentalità di quell’isola.
Venne a studiare da una zia in Toscana, dopo essersi laureato prima in medicina poi in farmacia, conosce mia madre, che era proprio la ragazza della porta accanto.
Io venni al mondo un anno dopo e mio papà non fece mai né il medico né il farmacista.
Gli convenne invece, entrare a far parte di un’importante azienda farmaceutica americana, che pur imponendogli di trasferirsi a Genova, una grande città di mare, elevava velocemente la sua condizione economica.
Crescevo, negli studi non avevo grandi soddisfazioni: non riuscivo a concretizzare una finalità in quel sacrificio. Da grande avrei voluto fare il meccanico, l’allevatore, il contadino, ero molto attratto dalla natura, dagli animali e da tutte le attività manuali e creative.
Questo, più tardi, andò in contrasto con le ambizioni della mia famiglia che mi avrebbe visto meglio laureato, benestante e con un futuro sicuro.
Non potevo certo biasimarli ma, nonostante tutto, non riuscivo a condizionare il mio istinto.
Devo riconoscere che forse mi sarebbe stato più facile assecondare le ambizioni di mio padre, che era un uomo “che si era fatto da solo”, “siciliano” di conseguenza con un certo carattere.
Arrivai in ogni modo, con un discreto sforzo, al secondo anno di medicina, ma entrai in una crisi d’incertezza: non sapevo se era giusto seguire quello che sentivo o fare cosa mi consigliavano i miei cari.
Il concetto era anche abbastanza elementare: volevo poter vivere di quello che mi piaceva, non dover fare ciò che non amavo per concedermi l'altro come svago.
La situazione difficile mi portò lo stesso ad abbandonare gli studi.
Partii per l’Africa con la mia macchina fotografica che era l’ultima delle mie “fissazioni”, dicevano.
Questo periodo, in cui viaggiavo senza sapere se e quando sarei tornato al mio mondo, mi aiutò a capire che dovevo essere il protagonista della mia vita, ma che la strada da percorrere doveva essere per motivi pratici più convenzionale.
Tornai a casa, ero mancato quasi un anno, mi cercai un lavoro non importava cosa, ma subito e cosi fu.
Era un buon momento, conobbi Fabrizia la mia attuale moglie, continuavo a cambiare mestiere ma ero pieno d’entusiasmo più che altro vendevo, di tutto dalle aspirapolvere nelle case alle macchine per ufficio mi piaceva, ero libero, mi muovevo, studiavo il mio prossimo, e guadagnavo anche abbastanza bene, ma grazie alla mia resa.
Dopo due anni d’esperienze varie mi stabilizzavo su quella che sarebbe stata la mia professione per i prossimi dieci anni, la vendita d’attrezzature per vari settori della chirurgia soprattutto l’ortopedia.
Guadagnavo molto bene avevo un bel rapporto con i chirurghi perché gli servivo, li aiutavo a realizzare nuovi piccoli strumenti che servivano per nuove tecniche, non amavo molto la parte commerciale, non mi piaceva andare negli economati a tentare di far passare prima il mio pagamento di un altro.
L’azienda per cui operavo una multinazionale, vista la disastrosa situazione dei pagamenti che lo stato mandava avanti troppo lentamente decise di proporre a noi agenti di diventare suoi clienti avremmo rivenduto noi poi agli ospedali.
Non accettai avevo paura di quel mondo politico sapevo che c era corruzione favoritismo era la parte che non amavo in poche parole se dovevo rischiare qualcosa lo avrei fatto per un ideale non per dei soldi.
La nostra vera avventura inizia nel 1981: Fabrizia ed io non eravamo ancora sposati, mio padre voleva trascorrere la sua vecchiaia in campagna e comincio a valutare varie possibilità tra cui anche la proprietà sulla quale ora noi viviamo “le macchie”, ma gli sembrava troppo grande, troppo isolata, e in uno stato di degrado eccessivo, aveva ragione, ma per me fu un colpo di fulmine riuscii a convincerlo con non poche difficoltà.
Era il momento di cimentarmi finalmente con le mie vere aspirazioni iniziava la lotta con il mio drago.
Per nove anni abbiamo dovuto credere in un impresa che sembrava utopistica, solo la ristrutturazione del fabbricato principale e la pulizia del terreno sfruttabile ha alternato momenti di gioia ad altri in cui ero quasi demotivato: la fine lontana e incerta, poche voci incoraggianti le nostre famiglie avverse; Fabrizia ed io contro tutto.
Le nostre rispettive famiglie nell’ambito delle rispettive possibilità ci anno anche aiutato ma consce che i nostri sforzi avrebbero portato ad una grave perdita di tempo. Nel 1984 ci sposiamo veniamo a vivere definitivamente a “le macchie” io lasciavo il lavoro e acquistavo una tabaccheria a Livorno una città a mezzora da noi.
Dopo aver ristrutturato e valorizzato questo negozio: in tre anni eravamo arrivati ad un affluenza di 1600 clienti in un solo giorno lo rivendiamo.
Con il ricavato si poteva pensare di inventare il modo di vivere con le opportunità che ci offrivano “le macchie”.
Cominciamo con l’agriturismo i cavalli e una piccola ristorazione che giustifica una piccola produzione agricola.
Bri ed io, io la chiamo affettuosamente cosi, abbiamo sempre avuto l’ossessione di fare le cose meglio, questo ci ha sempre fatto allungare la strada e reso le cose più difficili.
Lei è una grande appassionata di cucina, io d’animali negli ultimi dieci anni abbiamo messo a punto un nostro metodo di allevare allo stato semibrado che unisce una semplice naturalità ad alcune scelte artificiose.
Il nostro prodotto oggi è il preferito da alcuni dei migliori interpreti della cucina esistenti.
In particolare il maiale cinque anni fa ci ha dato ragione di tanti sforzi, è un animale versatile dal quale si ottengono tante specialità per noi che sentiamo la necessita di creare qualcosa partendo dalla terra per arrivare al piatto era la sfida più intrigante.
Circa otto anni fa cominciavamo ad allevare la “cinta senese” un’antica razza suina quasi estinta perché cresce lentamente rende poco ed è molto grassa.
A noi piaceva anche perché poteva essere allevata allo stato semibrado ed essendo qualitativamente superiore non è stato difficile convincere i più bei nomi della cucina ad usarla.
Cosi è diventata oggi di moda, avremmo preferito lo fosse diventato più il modo di produrre queste carni ei relativi salumi.
Ora basta il nome cinta per vendere e cominciano ad allevare anche in maniera intensiva con risultati davvero deludenti.
Ora siamo felici, si è realizzato un nostro sogno, la nostra vita ha un senso, e viviamo nello stato di grazia che pochi fortunati conoscono.
Anche i nostri figli sanno che i sogni possono diventare realtà senza la necessità di grossi compromessi.
A volte sentiamo un certo peso nel gestire il nostro piccolo successo e non capiamo come mai altri non arrivino a certi risultati, rigore dedizione ad un’idea non sono poi nulla di particolare, forse è sbagliato finalizzare tutto all’utile, cosa che non abbiamo mai fatto.